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L’importanza dell’Inglese

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Le nuove Pubbliche Relazioni raccontate da chi le fa

Le nuove Pubbliche Relazioni? Si fanno con il sorriso, tanta preparazione e i blu jeans. Parola di Simona Gelosa, ideatrice del progetto NotaMi, un team giovane ed effervescente che si è raccontato per Inventa Lavoro in questa intervista. Se aspirate a lavorare nel settore, leggete e prendete appunti.

Simona, come hai deciso di intraprendere questo percorso?
Il mio percorso professionale è iniziato nel 2008, immediatamente dopo la laurea in Pubbliche Relazioni e Pubblicità. Dopo aver girato alcune agenzie di comunicazione e “provato” tutti i contratti possibili, ho deciso di crearmi uno spazio di comunicazione “a mia misura”.

Ci parli di NotaMi? In cosa si distingue rispetto alle altre agenzie di comunicazione?
NotaMI è un progetto corale che coinvolge persone con professionalità ed esperienze molto diverse. Tutte, naturalmente, provengono dal mondo della comunicazione o del giornalismo. L’aspetto che riteniamo fondamentale è che, in ogni singolo progetto, vengono coinvolti solo i professionisti che hanno esperienze pregresse in campi affini. Se, ad esempio, dobbiamo lanciare il singolo di un nuovo artista, la strategia e l’operatività saranno coordinate da una persona che ha già lavorato in questo campo. E via dicendo per tutti gli aspetti della comunicazione: sceglieremo di volta in volta la personalità e la professionalità più adatta. La nostra forza è nel binomio specializzazione e coordinazione.
Inoltre facciamo del sorriso e del sano divertimento una caratteristica insita ed irrinunciabile. Non crediamo troppo al bon ton stucchevole e ingessato. Ci piace essere in completa empatia con i nostri clienti, se loro lo permettono diamo subito del tu, agli appuntamenti andiamo sempre molto preparati, ma questo non significa che dobbiamo essere necessariamente in tailleur. Insomma, il sorriso è una nostra caratteristica, al pari della preparazione e della serietà.

Come è nata NotaMi? Ci racconti gli step più importanti che hai affrontato per la realizzazione dell’agenzia?
NotaMI è nata un anno fa (proprio nei giorni scorsi ha compiuto un anno!), in maniera molto spontanea. Non mi sono messa a tavolino e ho pensato “ora creo un’agenzia”, anzi. Prima della “struttura”, in realtà è nato il team che poi ho deciso di racchiudere all’interno di NotaMI, ma semplicemente per una questione di identità ed uniformità. Il nome stesso è nato quasi per gioco: cercavamo qualcosa di breve, deciso, ma anche chiaro e simpatico. Giocando con le parole – e grazie, di nuovo, alla condivisione di spazi e tempi con le persone ed in particolare con Elena Sandre, una delle copy più geniali che io conosca – è nato NotaMI, che significa, in forma imperativa, “accorgiti di me”. Lo scopo vero ed unico delle PR e della comunicazione. L’iter di creazione di un progetto come il nostro è molto semplice e snello: burocraticamente siamo tutti freelance (ognuno, per intenderci con la propria partita IVA e il proprio commercialista).

Quali sono stati i principali ostacoli?
Credo che l’aspetto più difficile per chi, come noi, ha messo in moto una macchina simile, sia rendersi credibili e far capire ai clienti – attuali e potenziali – che il nostro lavoro (anche se siamo giovani e non abbiamo alle spalle un nome famoso) deve essere pagato, esattamente come viene retribuito il lavoro di tutti gli altri PR. In quest’anno ci siamo seduti a molti tavoli – anche importanti – per presentare piani di comunicazione che erano sempre molto belli, accattivanti e perfetti finché non si arrivava alla slide “budget”. Io credo che il lavoro di tutti debba essere retribuito sempre, che non si debbano mai fare prove gratuite o accettare compromessi tipo “vediamo se il primo comunicato funziona, poi ti paghiamo”. Quando andate in un negozio di vestiti dite ai commessi “porto a casa questo abito, lo indosso per un po’ e poi se mi sta bene – magari – torno a pagare?”. No, giusto? E allora perché dovremmo accettare una cosa simile noi “comunicatori?”

Quali le spese più ingenti?
Essendo noi – al momento – un team di freelance non abbiamo dovuto sostenere spese per la costituzione di una società. Sosteniamo giornalmente le spese classiche che hanno tutte le persone che lavorano: telefono, trasporti, stampe… niente di eclatante, insomma!

Di cosa non si può fare assolutamente a meno oggi per emergere?
Di preparazione, creatività e tanta voglia di mettersi in gioco. Nessun compromesso e nessuna scorciatoia.

In quanto tempo cresce un progetto come il vostro?
Dobbiamo crescere ancora molto ma penso, comunque, che dopo il primo anno di attività i tempi siano maturi per fare un primo bilancio. Il nostro, allo stato attuale, è molto positivo!

Cosa consigli a chi vuole avviare un business nel settore della comunicazione?

Oltre ad impegno e costanza – che sono fondamentali in questa, ma anche in tutte le altre attività – consiglio di essere il più curiosi possibile, ascoltare ed approfondire. Credo sia fondamentale, inoltre, essere sempre capaci di stupirsi e non essere mai prevenuti.

Cosa vedi nel mondo delle PR di domani?
Il mercato delle PR è molto strano. È molto affollato e tutti pensano di essere in grado di fare ufficio stampa o Pubbliche Relazioni. In realtà, per non fare danni (alle volte la comunicazione può essere addirittura controproducente), occorre grande esperienza, capire quando e come comunicare in modo efficace e anche quando tacere. Negli ultimi tempi, ci si è spostati verso quelle che vengono definite “digital PR” che – se gestite in modo sapiente – amplificano notevolmente la portata della comunicazione attraverso i media tradizionali. Direi che la combinazione “digital + ufficio stampa classico” (e non solo una di esse) sia la strada migliore.

 

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Come ottimizzare il tempo in ufficio

Nei post precedenti annunciavamo nuove rubriche. Dopo avervi proposto la prima “Questa è la mia idea”, eccoci alla seconda. Abbiamo sempre una grande richiesta di consigli che non riguardano solo le idee per fare business ma anche l’approccio migliore al lavoro, alla gestione del tempo, alla motivazione. Ecco perché abbiamo deciso di creare la categoria “In teoria” con la quale ci ripromettiamo di darvi proprio consigli di questo tipo. Iniziamo, ad esempio, con i nostri punti fermi sull’ottimizzazione della giornata lavorativa. Cioè come riuscire “a fare tutto”. Naturalmente, potete suggerirci anche le vostre “strategie”!
Fai una colazione sana. Evita, almeno quando puoi, quella al bar, meglio una spremuta d’arancia o un inizio di giornata a base di frutta.
NON mettere in ordine la scrivania! Meglio farlo una volta a settimana. L’ideale è il venerdì pomeriggio. Gli altri giorni vanno evitate le attività “preparatorie” che assorbono tempo prezioso perché si rischia di finire per fare altro (ad esempio ritagliare stralci di giornali ecc…). Prima di metterti a lavorare, piuttosto, procurati e tieni a portata di mano quei materiali indispensabili che altrimenti dovresti cercare dopo (ad esempio carta e penna, l’agenda per telefonare, l’iPad, il caricabatterie ecc…). Scegli solo quelli davvero utili per non perderti in ricerche infinite.
Metti un limite alla posta elettronica. Se sei della categoria “scaricatori cronici” quasi certamente è questa una delle attività che ti fanno perdere più tempo. Resisti a questa tentazione togliendo il sonoro dell’arrivo messaggi. Poi, prendi l’abitudine di scaricare la posta appena arrivata al lavoro, rispondi a tutti i messaggi selezionando due tipi di risposta: uno molto rapido (e-mail per le quali non prevedi un seguito, proposte che non ti interessano, ecc…) ed uno più articolato in cui scrivi tutto quello che c’è da spiegare in modo da non dare luogo ad interminabili code di messaggi. Rimanda alla pausa le newsletter, le notifiche ecc… (altrimenti rischi di passare la mattina a confrontare le offerte dei supermercati o gli ultimi gossip su Belen). In gni caso non dedicare più di mezz’ora alla posta della mattina.
Assegna i compiti. Prima di passare al tuo lavoro, onde evitare di essere disturbata o di lasciare cose non fatte, pianifica il lavoro dei tuoi collaboratori (se ne hai). Assegna i compiti e fornisci tutte le informazioni ed i materiali per svolgerli affinché siano autonomi per il resto della mattinata.
Fai le telefonate indispensabili. Comincia da quelle che servono ugualmente per pianificare il lavoro (ad esempio se hai collaboratori esterni o che telelavorano). Telefona anche alla commercialista, all’assicuratore ecc… si tratta di chiamate brevi, informative, ma che vanno fatte prima di iniziare ogni altra cosa…
Ora… lavora! Entra, cioè, nel vivo del tuo lavoro (quello che devi svolgere personalmente) e svolgilo senza interruzioni. Per almeno due ore cerca di non rispondere né al telefono né alla posta e non intrattenerti con i colleghi o con i collaboratori. Devi mantenere altissima la concentrazione. Due ore di lavoro molto intenso dovrebbero permettere di concludere metà del lavoro giornaliero.
Fai un break. Alzati una decina di minuti spostando gli occhi dal monitor e fai una chiacchierata, poi concludi la mattinata rispondendo alle e-mail. Richiama chi ti ha cercato mentre lavoravi. Se non hai troppo da fare scarica la casella di posta personale.
Affronta il pomeriggio. Fai una pausa pranzo leggera (alzati dalla scrivania e, se possibile, stai all’aria aperta) e, appena rientri, rimettiti subito al lavoro passando alla seconda mansione di peso della giornata. Lavora almeno per altre due ore approfittando della luce e della concentrazione ancora un po’ alta. Intorno alle 16,00 -16,15 cerca di concludere, poi fai un’altra breve pausa (ora puoi leggere di Belen, sì).
Fai il punto. Dedica mezz’ora a fare il punto della situazione e a pianificare il lavoro per il giorno successivo. Leggi e manda e-mail in relazione a questo piano. Concediti 45 minuti di tempo per fare ricerche, per archiviare il già fatto, per aggiornare la rubrica contatti. Il venerdì, dopo la pausa di metà pomeriggio, dedica un’ora alla pianificazione del lavoro di tutta la settimana successiva e, appena ultimato, metti in ordine la scrivania. Finalmente! :)

 

 

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La prima pasticceria dedicata all’éclair

Chi è stato almeno una volta in Francia ha certamente assaggiato l’éclair, delizia dolce, simile ad un bignè allungato e farcita nei gusti più vari. I francesi amano a tal punto questo dolce che c’è chi ha pensato bene di farne un business. È nato così L’Atelier de l’Éclair Paris, prima pasticceria haute couture dedicata esclusivamente all’universo dell’éclair. Una realtà che abbiamo voluto conoscere meglio attraverso l’intervista che state per leggere. E voi, non siete un po’… golosi?

Potete dirci di più sull’idea e sugli esordi?
L’Atelier de l’Eclair è nato dall’incontro di tre giovani diplomati con il sogno di realizzare una start up. Tutti golosi e appassionati di pasticceria, ci siamo interessati ad un grande classico dei dessert francesi, sebbene non osannato come gli altri… l’éclair, appunto. Un rapido studio di marketing ci ha dato ragione: l’éclair è il dolce più amato dai francesi! Allora, basta con i macarons e viva l’éclair !

Così avete deciso di lanciarvi?
Prima abbiamo incontrato diversi pasticceri per mettere a punto la nostra ricetta, finché non abbiamo scelto di lavorare con Loïc Bret, primo premio degustazione al World Chocolate Master e finalista al MOF (Meilleur Ouvrier de France): era la persona giusta per creare gli éclair più buoni! La nostra ambizione, infatti, è quella di diventare un punto di riferimento dell’éclair a Parigi e, in seguito, anche nel mondo.

Da chi è composta la vostra squadra?
Siamo tre soci: Gaspard de Malézieux, Pierre-Henri Bonnan, Guillaume Simonnet e un grande chef pasticcere: Loïc Bret.

Gli inizi sono stati difficili?
All’inizio di un’attività ci sono sempre un sacco di correzioni, miglioramenti, aggiustamenti sia per quanto riguarda la produzione che la qualità del servizio, ma non possiamo parlare di vere e proprie difficoltà. E la risposta è andata ben oltre le aspettative. Possiamo dire che, ad oggi, L’Atelier de l’Éclair Paris è un vero successo. Moltissime persone vengono a trovarci per provare con il palato ma anche con gli occhi i nostri éclair.

Il vostro business ha richiesto un investimento importante?
Sì, abbiamo dovuto investire molto, non solo di tasca nostra ma aggiungendo anche un prestito bancario.

Nuovi progetti?
Dopo il successo in Francia, vorremmo conquistare con i nostri éclair anche altri Paesi, tra i quali anche l’Italia, perché no? Il genere di sviluppo che prevediamo è attraverso investitori locali, non in franchise, ma è un progetto al quale stiamo ancora lavorando.

Le mosse giuste:
Studiate il mercato! Se anche voi avete una specialità e questa intervista vi ha fatto venir voglia di farne un vero e proprio business, come i tre soci de L’Atelier de l’Eclair, imparate dalle loro mosse: fate prima di tutto un piccolo studio di marketing per capire quanto possa essere vincente la vostra idea. Se poi il dolce che volete vendere è qualcosa di assolutamente inedito, cercate di farlo assaggiare il più possibile e proteggete la ricetta. Per sapere di più sulla registrazione dei marchi e la loro protezione, cliccate qui.
Cercate lo chef giusto. Uno degli aspetti chiave dell’impresa che vi abbiamo raccontato è stato la ricerca del pasticcere giusto. Se non siete voi stessi degli chef o non avete la formazione adatta per la produzione che vi occorre, puntate in alto. I risultati dipendono soprattutto da chi mette le mani in pasta! A questo punto, consultate il vostro commercialista che vi guiderà nei vari steps burocratici per l’avvio dell’attività.
Curate l’immagine. Quando tutte le carte sono a posto e il Comune ha lasciato passare i 30 gg di rito dalla vostra Comunicazione di inizio attività senza dichiarare “nulla in contario” potete dare il via alla comunicazione che, nel caso di una pasticceria haute couture (come L’Atelier de l’Eclair) passa anche attraverso le scatole, la carta, i nastri e… qualche assaggio gratuito.

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Una start up per “farvi le scarpe”!

Vi piacerebbe creare e vendere scarpe disegnate da voi? Adesso potete farlo on line! Ve lo consente una giovane start up che, dopo tanti anni di tentativi e ricerca nel settore, ha lanciato una piattaforma dedicata a tutti i designer/imprenditori. Aliveshoes, infatti, consente di realizzare e lanciare in un solo mese il proprio prototipo di scarpe (un processo standard ne impiega circa 12) con investimenti irrisori (si parte da 49 euro contro gli almeno 50.000 per una produzione tradizionale). Inoltre, nessun problema di distribuzione, reti, consegne, con Aliveshoes tutto questo si fa on line. Vi sembra eccezionale? Beh, anche noi abbiamo avuto la stessa impressione, a tal punto che abbiamo deciso di intervistare i ragazzi che hanno inventato Aliveshoes. Ecco le risposte di uno dei co-founders, Luca Botticelli.

Da dove è arrivata l’idea di permettere di “farsi le scarpe”?
Lavoro alla customizzazione/creazione di nuovi brand di scarpe da più di 10 anni attraverso molti progetti che vanno dalla moda, al marketing all’IT.

Esiste qualcosa di simile ad Aliveshoes all’estero?
Sì, ad esempio c’è www.teespring.com, ma non lavorano con le scarpe, si tratta di capi molto semplici di abbigliamento.

Quali le competenze messe in campo per ottenere un risultato vincente e quale la strategia adottata all’interno della società?
L’unica strategia per fare start-up è fallire, modificare, riprovare finché non funziona. Nel nostro caso, tutto è venuto con il tempo attraverso il continuo perfezionamento del progetto, fino a farlo diventare una società a se stante.

Puoi parlarmi un po’ del resto dello staff?
Siamo 3 Co-founders, io, Marco che è il responsabile Tech, e Michele, responsabile Design. Poi, ci sono 3 collaboratori: Marina che si occupa di logistica e customer service, Simone, responsabile produzione, ed Enrico che è uno sviluppatore web e mobile.

Dove lavorate?
Abbiamo una sede operativa in Italia, nelle Marche, e una seconda ad Amsterdam.

Avete partecipato a dei concorsi?
Abbiamo vinto 4 competizioni internazionali per acceleratori di start-up in questi mesi. Al momento siamo nel più grande acceleratore di start-up in Europa: Startupbootcamp, assieme ad altre 8 start up.

Quali i costi che avete dovuto sostenere?
I principali sono stati quelli per l’avviamento industriale e i costi per il team.

Ci sono stati ostacoli?
Ce ne sono continuamente, è un percorso estremamente duro.

Cosa potete consigliare ai giovani che vogliono avviare una start up?
Tre cose: la prima, diventate veramente professionisti nel vostro campo, la seconda, fatelo solo se volete dedicarci la vita, la terza, scegliete un settore che vi appassiona.

Se volete iniziare il vostro business nel mondo delle sneakers, allora non vi resta che contattarli!
www.aliveshoes.com
www.facebook.com/ALIVESHOES?fref=ts

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Abbiamo creato il network per condividere la lavatrice

Cosa fanno quattro studenti (oggi rimasti in tre), poco più che ventenni, che non hanno una lavatrice e ogni volta devono fare due chilometri per fare il bucato? Ne coinvolgono altri e poi altri e poi altri, quindi fanno appello ai vicini e poi ad altri vicini e… nasce così, a Lille, il network francese che permette di condividere la lavatrice a piccoli prezzi. Si chiama La Machine du Voisin ed è una piccola rivoluzione. Abbiamo intervistato Yann, uno dei giovanissimi fondatori.

Condividere la lavatrice: come vi è venuta questa idea?
Il progetto è iniziato per caso, quel che si dice “di necessità virtù”! Arrivato a Lille per studiare, non avevo la lavatrice e quelle a gettoni più vicine erano a 2 km da casa. Ho subito pensato che sarebbe stato simpatico, oltre che comodo, se i miei vicini mi avessero permesso di utilizzare la loro anziché fare tanta strada a piedi con il borsone dei indumenti sporchi. Poi, ho riflettuto che non dovevo essere il solo ad avere lo stesso problema così ne ho parlato un po’ in giro e questa piccola difficoltà è diventata un progetto che avrebbe permesso alle persone di condividere la loro lavatrice. Ci siamo lanciati in quattro nell’avventura.

Raccontaci come funziona questa formula di condivisione…
Molto semplice, da un lato ci sono i “Sans-Machine-Fixes”, cioè coloro che non hanno una lavatrice, (i motivi possono essere diversi: è troppo cara, non hanno abbastanza spazio, prevedono di ripartire subito…) e dall’altro i “Vicini” che hanno la loro lavatrice ma non la utilizzano certo ogni giorno. Il nostro sito, dunque, è una piattaforma che fa incontrare le due categorie, così i “Sans-Machine-Fixes” possono trovare un posto più vicino e più economico dove fare il bucato, mentre i “Vicini” ottimizzano l’uso dell’elettrodomestico arrotondando anche un po’ e conoscendo gente simpatica.

Gli studenti come voi, quindi, sono i più “fidelizzati”?

Sì, nella categoria “Sans-Machine-Fixes”, gli studenti sono gli iscritti più importanti, mentre i “Vicini” sono madri di famiglia o i giovani che lavorano e non usano la lavatrice troppo spesso.

Chi c’è dietro il progetto? Puoi parlarci del tuo team?
All’inizio eravamo in quattro, ora siamo rimasti in tre, tutti studenti alla Skema Business School di Lille. Jean Philippe, 23 anni, è il presidente di La Machine du Voisin, poi c’è Chloé, 21 anni e io, Yann, 22 anni.

Non potrebbe essere un po’ rischioso?
Non più di altre formule che prevedono scambi come il Covoiturage, per i passaggi in macchina. Il sito, comunque, prevede l’inserimento di feedback dopo ogni “lavaggio”, così chi ha avuto una brutta esperienza può segnalarlo. Questo crea una sorta di rete confidenziale nella community.

Ci puoi parlare delle tappe affrontate per avviare il vostro progetto?
Essendo tutti studenti senza l’ansia di dover tirar fuori uno stipendio o un risultato immediato da questa avventura, abbiamo vissuto la start up in modo sereno e coinvolgente. Certo, trovare i soldi per iniziare non è stato immediato, ci servivano dei partner e ancora oggi la ricerca degli sponsor è prioritaria perché noi non guadagniamo da abbonamenti o percentuali sugli scambi, pubblicità e partners sono le uniche entrate che fanno girare il sito. Abbiamo avviato anche un sistema di finanziamento partecipativo (www.kisskissbankbank.com/fr/projects/la-machine-du-voisin) che ci ha permesso di raccogliere una buona somma per sviluppare la seconda versione.

Quanto è costato sviluppare il progetto iniziale?
Il sito ha rappresentato il costo più alto e comunque non ha superato i 1000 Euro, ma solo grazie al fatto che Jean Philippe è stato in grado di sviluppare la gran parte del lavoro. Io, poi, ho lavorato sulla grafica. Diciamo, quindi, che all’inizio le nostre competenze ci hanno permesso di risparmiare un bel po’!

Ad oggi, potete considerarlo un business riuscito?
Direi proprio di sì! Siamo gli unici a proporlo in Francia, oggi abbiamo 2500 lavatrici condivise, delle quali oltre 230 solo a Parigi, inoltre qualcosa inizia a muoversi anche in Belgio e in Lussemburgo. E poi, il gradimento è alto, le persone la considerano una formula semplice e piacevole.

In termini di guadagni, potete considerarlo un vero e proprio lavoro?
Ad oggi, il sito va molto bene ma stiamo reinvestendo tutti i ricavi nella nuova piattaforma. Dato che siamo studenti, non abbiamo bisogno di grandi cifre per vivere e finché possiamo, preferiamo far crescere il progetto…

Parlavi di una versione rinnovata del sito. Quali saranno le novità?
La nuova versione è un progetto che ci impegna ormai da mesi. Tra le novità più importanti, la parte che proporrà la condivisione anche di altri apparecchi come le asciuga biancheria.

Lavorate da casa?
Sì, siamo studenti e lavoriamo da casa senza problemi.

La condivisione fa nascere anche aneddoti divertenti. Ce ne raccontate qualcuno?
Beh, le storie più simpatiche sono legate a coloro che prendono la cosa con uno spirito conviviale. Sul sito, infatti, chi mette a disposizione la propria lavatrice stabilisce liberamente un costo per il servizio ma c’è anche chi lo fa gratis! Ad esempio, qualche tempo fa su un profilo si poteva leggere “Da me, il bucato è gratis ma potete portare una buona bottiglia e un salamino!”. È divertente che le persone utilizzino il sito anche per conoscersi e fare amicizia.

Se volete saperne di più: www.lamachineduvoisin.fr
www.facebook.com/La.Machine.Du.Voisin?fref=ts

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Questa è la mia idea

Con questo secondo post della giornata, invece, inauguriamo una nuova categoria: “Questa è la mia idea”, dedicata a quelle idee di business che ci chiedete di condividere. Se in tanti, infatti, ci scrivono chiedendoci di non rendere pubblico il loro progetto, sono forse molti di più coloro che preferiscono “lanciare un semino”, per sapere se quello che hanno in mente di realizzare possa davvero piacere, per capire se già è stato sperimentato da altri o, qualche volta, perché credono che l’idea sia talmente bella da volerla diffondere il più possibile. C’è anche chi non ha la possibilità di realizzare il proprio progetto e cerca qualcuno che lo adotti… Insomma, i motivi per raccontare le proprie idee o storie di business possono essere tanti e questa sezione è dedicata proprio a questa seconda categoria. Nel prossimo post trovate la prima “idea virale”.
Se ne hai una anche tu, scrivici a: inventalavoro@gmail.com (non verranno pubblicati né il cognome né i contatti).

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Insieme è meglio

Dopo la lunga intervista a Sara Roversi, vogliamo dare spazio a qualche messaggio sparso che è arrivato negli ultimi tempi nella casella della posta di Inventa Lavoro. Iniziamo da due email che hanno qualcosa in comune… Clara, ad esempio, non ce la fa più a “stare dietro un registratore di cassa per otto ore al giorno. E pure il mio lavoro mi piace, però sono stufa di lavorare per persone ingrate che non danno spazio nemmeno al più piccolo suggerimento. Vorrei aprire un negozio di abbigliamento per bambini. Sono brava a cucire e potrei confezionare anche pezzi unici, senza contare che ho un sacco di amiche che passerebbero ore alla macchina per cucire e potrebbero lavorare da casa! A volte mi metto lì con carta e penna e provo a buttar giù la mia idea, a fare due conti, ma poi mi demotivo. E se le cose non funzionano e perdo il posto? Dopo anni da precaria ho il contratto a d.i. e… in fondo me lo sono sudata. Probabilmente se avessi un’aspirante socia sarebbe più facile per me partire”. Clara ha ragione ma forse la mail di Barbara la può ri-motivare: “i miei genitori hanno appena chiuso un negozio di scarpe, stanchi di lavorare e finalmente nell’età in cui possono fare dei bei viaggi, così ho a disposizione il locale del negozio che mio padre ha acquistato nei tempi d’oro. Lui vorrebbe venderlo ma io non passa giorno che non penso a come utilizzarlo per un’attività. E se facessi uno spazio per bambini? Non una vera ludoteca ma un negozio di accessori e abbigliamento un po’ speciale con delle aree ricreative… Che ne dite?”. Diciamo che, sorpresa, Clara e Barbara vivono nella stessa città e molto probabilmente le loro idee possono incastrarsi. Riscriveteci e, se volete, vi metteremo in contatto! Per tutte le altre aspiranti imprenditrici, continuate a mandarci le vostre idee cercando di darci più informazioni possibili per aiutarvi.
La mail è: inventalavoro@gmail.com.
Immagine da: http://talk-a-latte.com

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Il lavoro viene dalla terra

Aria di crisi? Torniamo alla terra! E non scherziamo affatto, tanto che per dimostrarvelo abbiamo intervistato Simona Limentani, una delle fondatrici di Zolle.

Parliamo di questo progetto. Cos’è esattamente “Zolle”? E come vi è venuta l’idea?

Partiamo dall’idea. Nel 2002 mi sono trasferita in Piemonte per lavorare in una cooperativa agricola che ha come finalità la valorizzazione dell’agricoltura locale. È stato qui che, un anno dopo, ho conosciuto un gruppo di agricoltori giapponesi che dalla fine degli anni ’80 riforniscono direttamente numerose famiglie della città di Tokio. In pratica sono gli agricoltori che decidono cosa è meglio consegnare in base alla stagionalità e alle produzioni del territorio, garantendo freschezza e salubrità. Mi sembrava un’idea straordinaria oltre che perfettamente replicabile! Così, a Roma, è nato Zolle, insieme alla complicità della mia socia Ghila Debenedetti e secondo un’idea basata almeno inizialmente sulla fiducia. Le famiglie, cioè, si fidano degli agricoltori e di ciò che questi scelgono di mettere nella “Zolla”, cioè nel pacco che recapitiamo agli aderenti ogni settimana. Gli agricoltori, a loro volta, si fidano delle famiglie che garantiscono loro continuità nell’acquisto.

In pratica le famiglie ricevono una spesa di prodotti freschi “a sorpresa”…

Sì, potremmo dire che è così, ma, naturalmente, le famiglie possono scegliere la grandezza della zolla (si va da quella piccola, perfetta per la coppia, a quella maxi, per famiglie con più di 4 componenti). E se non mangiano carne o un altro alimento, ovviamente, basta che lo facciano presente e lo si elimina dalla Zolla. Inoltre, nella scatola inseriamo anche qualche ricettina molto casalinga, per dare degli spunti.

Chi sono i vostri clienti?

Soprattutto famiglie giovani cha amano mangiare sano.

Come fate le consegne?

Bèh, in un modo molto particolare che ci contraddistingue. Le Zolle partono con un furgone ma per evitare di restare imbottigliati nel traffico di Roma, interrompendo così la catena del freddo che invece è essenziale perché i prodotti arrivino a destinazione senza rovinarsi, l’ultimo tratto della consegna avviene… in bicicletta!

Ad oggi potresti dire che l’idea sia stata di successo?

Assolutamente sì, quando il progetto è partito eravamo io e la mia socia Ghila Debenedetti, in quattro anni siamo arrivati a 1300 iscritti e il progetto dà lavoro a 20 persone senza contare il profitto degli agricoltori ai quali ci rivolgiamo. Mi pare un buon risultato…

Avete investito molto?

No, 30.000-40.000 euro e, come dicevo, all’inizio facevamo tutto noi due. Inoltre Ghila lavorava alla Zolla part-time.

Come vi fate conoscere?

Con il passaparola. Non perché non crediamo nella comunicazione del nuovo millennio, ma il nostro è un ambito ancora molto “fisico” e poi, nella maggior parte dei casi, abbiamo bisogno di definire sia con i fornitori che con le famiglie in maniera diretta. Ma, in fondo, questa cosa ci piace, non vogliamo dare l’idea di essere qualcosa di “virtuale”.

Credi che il vostro sistema possa essere replicabile per altri prodotti?

Sì, l’artigianato, dal tessile al legno, potrebbe beneficiare di una filiera come la nostra.

 

Vuoi sapere di più sul progetto di Ghila e Simona? Zolle è anche un sito e un blog. Se invece vuoi comunicare con la redazione di Inventa Lavoro oppure raccontare la tua idea di business, scrivi a: inventalavoro@gmail.com

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