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Il colloquio di lavoro

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Una start up per “farvi le scarpe”!

Vi piacerebbe creare e vendere scarpe disegnate da voi? Adesso potete farlo on line! Ve lo consente una giovane start up che, dopo tanti anni di tentativi e ricerca nel settore, ha lanciato una piattaforma dedicata a tutti i designer/imprenditori. Aliveshoes, infatti, consente di realizzare e lanciare in un solo mese il proprio prototipo di scarpe (un processo standard ne impiega circa 12) con investimenti irrisori (si parte da 49 euro contro gli almeno 50.000 per una produzione tradizionale). Inoltre, nessun problema di distribuzione, reti, consegne, con Aliveshoes tutto questo si fa on line. Vi sembra eccezionale? Beh, anche noi abbiamo avuto la stessa impressione, a tal punto che abbiamo deciso di intervistare i ragazzi che hanno inventato Aliveshoes. Ecco le risposte di uno dei co-founders, Luca Botticelli.

Da dove è arrivata l’idea di permettere di “farsi le scarpe”?
Lavoro alla customizzazione/creazione di nuovi brand di scarpe da più di 10 anni attraverso molti progetti che vanno dalla moda, al marketing all’IT.

Esiste qualcosa di simile ad Aliveshoes all’estero?
Sì, ad esempio c’è www.teespring.com, ma non lavorano con le scarpe, si tratta di capi molto semplici di abbigliamento.

Quali le competenze messe in campo per ottenere un risultato vincente e quale la strategia adottata all’interno della società?
L’unica strategia per fare start-up è fallire, modificare, riprovare finché non funziona. Nel nostro caso, tutto è venuto con il tempo attraverso il continuo perfezionamento del progetto, fino a farlo diventare una società a se stante.

Puoi parlarmi un po’ del resto dello staff?
Siamo 3 Co-founders, io, Marco che è il responsabile Tech, e Michele, responsabile Design. Poi, ci sono 3 collaboratori: Marina che si occupa di logistica e customer service, Simone, responsabile produzione, ed Enrico che è uno sviluppatore web e mobile.

Dove lavorate?
Abbiamo una sede operativa in Italia, nelle Marche, e una seconda ad Amsterdam.

Avete partecipato a dei concorsi?
Abbiamo vinto 4 competizioni internazionali per acceleratori di start-up in questi mesi. Al momento siamo nel più grande acceleratore di start-up in Europa: Startupbootcamp, assieme ad altre 8 start up.

Quali i costi che avete dovuto sostenere?
I principali sono stati quelli per l’avviamento industriale e i costi per il team.

Ci sono stati ostacoli?
Ce ne sono continuamente, è un percorso estremamente duro.

Cosa potete consigliare ai giovani che vogliono avviare una start up?
Tre cose: la prima, diventate veramente professionisti nel vostro campo, la seconda, fatelo solo se volete dedicarci la vita, la terza, scegliete un settore che vi appassiona.

Se volete iniziare il vostro business nel mondo delle sneakers, allora non vi resta che contattarli!
www.aliveshoes.com
www.facebook.com/ALIVESHOES?fref=ts

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Tante idee di business? Seguite l’esempio di Sara

Alla vigilia di Pasqua, un nuovo post che “parla positivo”. La protagonista è una ragazza di 32 anni, tanti brand da gestire, 2 bambini e lo sguardo sempre rivolto al futuro. Stiamo parlando di Sara Roversi, protagonista, insieme al marito, del successo di Sosushi (oggi la più grande catena di ristorazione giapponese in Italia con 23 punti vendita su tutto il territorio nazionale) ma anche di “Lasagnette” in quel di Londra e di una cremeria all’insegna del divertimento. Una serie di start up concrete, gustose e internazionali che rilanciano la nostra economia portando all’estero quanto di meglio c’è del nostro Paese. Lo scorso giugno, Sara ha ricevuto il premio Marisa Bellisario (sezione Giovani Talenti), un prestigioso riconoscimento che ogni anno premia le donne che si sono distinte nella professione, nel management, nella scienza, nell’economia e nel sociale a livello nazionale ed internazionale. A lei è andata una targa speciale dedicata ai nuovi talenti in controesodo. Potevamo non intervistarla?

Quando e come avete deciso di diventare imprenditori?
È iniziata come un’avventura: eravamo giovanissimi e di ritorno da un’esperienza di un anno a New York. L’entusiasmo e l’energia hanno fatto il resto. È arrivato prima Lifeinaclik (2004), un progetto di emotional marketing che ancora oggi esiste, cresce e ci porta a girare il mondo con i grandi eventi, e poi Sosushi Italia.

Come è nata You Can?

You Can Group è nata come contenitore che facesse da collante alle varie idee e start up in campo food, digital e design che abbiamo sviluppato.

E come è nata invece la catena Sosushi?

Un anno vissuto in una metropoli come New York ti abitua a nuovi modi di mangiare e di concepire le pause pranzo, ad un concetto di ristorazione che a quel tempo era totalmente estraneo a chi come noi italiani (e bolognesi) ha una cultura del cibo tanto radicata e tradizionale. Quindi abbiamo pensato: perché non portare a casa con noi questa novità? Perché non importare una cucina “straniera” e un nuovo modo di consumarla?

È importante avere una laurea molto tecnica per creare una holding?

Io e Andrea siamo partiti dai banchi di scuola del Liceo Galvani di Bologna, siamo passati dalla European School of Economics in Italia e a New York, ma quello che forse ha fatto davvero la differenza è stato il susseguirsi di idee e di esperienze, di incontri e di opportunità, di viaggi e stimoli.

A proposito di holding, come avete fatto convivere tante idee di impresa molto diverse tra loro?

In realtà non sono così diverse tra loro: ogni idea nasce da uno stimolo, da una suggestione, da qualcosa che abbiamo visto o sperimentato. Resta comunque il fatto che certamente esiste una pluralità, che noi però amiamo considerare una forza e non una debolezza, una risorsa e non una difficoltà: le nostre realtà si ispirano, supportano e influenzano vicendevolmente.

Come avete iniziato? Avete chiesto dei finanziamenti?

No, per dar vita ai nostri progetti abbiamo sempre coinvolto partner che portassero le loro competenze e le loro specifiche expertise all’interno del gruppo di lavoro e ad alimentare un’idea, questo a fronte di equity e reinvestendo poi ogni singolo euro guadagnato nei nostri progetti per continuare a farli crescere, vivere ed evolvere.

Cosa consigliate a chi vuole avviare un’impresa?

Innanzitutto di non farsi spaventare dal particolare momento storico che stiamo vivendo: siamo sempre più convinti che la crisi debba essere uno stimolo a spronarsi e che non debba essere affrontata fermandosi o stando a guardare cosa succede, ma creando invece nuove occasioni e nuove opportunità. Detto questo, noi consigliamo di valutare il mercato, creare una squadra forte e trovare dei partner con cui condividere il progetto. Un proverbio svedese recita così: “Un dolore condiviso è un dolore dimezzato. Una gioia condivisa è una gioia raddoppiata”. Questo è davvero il segreto: non volere correre da soli per smanie di ambizione o protagonismi di sorta, ma condividere idee, relazioni e progetti. Avere il coraggio di sbagliare e nel caso di rialzarsi, avere la lucidità e la spontaneità di guardare fuori dagli schemi, da qui “Think out of the box, You Can!”.

Molte persone, come voi, hanno tante idee di impresa, anche molto diverse, ma pensano di dover operare una scelta. Il vostro esempio, però, è un po’ diverso. Si può davvero fare… “tutto”?

Da soli è impossibile fare tutto, per questo diciamo sempre che seppur costruire una squadra solida e affiatata può non essere un’operazione così banale è l’unica chiave per poter crescere. Abbiamo dato vita a realtà molto diverse tra loro, ma non abbiamo fatto “tutto e subito”: con il tempo abbiamo deciso di differenziare le nostre attività in tre macroaree (food – digital – design) che ora hanno la loro solida identità, nata grazie al know how acquisito nel tempo e alla forza propositiva e propulsiva del gruppo. Progetto dopo progetto, sfida dopo sfida.

Come ci si organizza per gestire tante attività in ambiti diversi?

Operativamente, ci si organizza suddividendo lo staff per aree di progetto e di interesse, si affidano le varie idee ai responsabili e si lavora in team. Alle volte si stringono i denti e di certo si impara l’arte del multitasking!

Quanto conta la comunicazione per lanciare un marchio?

Oggi la comunicazione è tutto, equivale ad esistere, ti dà voce e la possibilità di raccontare la tua storia. Ma non è così semplice: ora le voci sono tantissime, si sovrappongono e coesistono, quindi non basta il cosa si comunica o semplicemente il fatto di farlo, diventa importante il come, studiare modi sempre nuovi per emergere da un panorama urlante, dalle tante voci, tutte spesso interessanti, creative e di valore, che compongono il coro. Questo quello che cerchiamo di fare ogni giorno insieme al nostro staff.

Potete suggerire dei canali che, a vostro avviso, saranno quelli “del futuro”?

Se pensiamo al futuro vediamo un ritorno alla relazione, all’umano e alla condivisione. Crediamo che sarà questa la chiave: la tecnologia ci ha consentito, ci consente e ci consentirà di tagliare drasticamente i tempi di mediazione, di essere più vicini anche da molto lontani, in contatto diretto e costante, ma pensiamo che ci sia un generale bisogno di ritornare alla relazione vera, tangibile e concreta, a brain-storming creativi in cui 10 teste si mettono attorno ad un tavolo e davanti ad un caffè fanno fruire liberamente un’idea e la costruiscono partendo dalla condivisione reale dell’esperienza di stare insieme intorno a quel tavolo. Quindi sì al web, sì agli strumenti che facilitano la mediazione, ma soprattutto sì alle relazioni non mediate, sì alla vita vera.

Avete altre idee che bollono in pentola?

Di idee ce ne vengono ogni giorno e spesso sorridiamo davanti ad ognuna di loro, la appuntiamo e cerchiamo di capirla e valutarla. Abbiamo la fortuna di vivere in un ambiente molto stimolante fatto di una famiglia molto unita, di uno staff giovane e pieno di energia, di partner come noi spesso in giro per il mondo che ci regalano quotidianamente nuove suggestioni e spunti. Quindi sì, idee ne bollono continuamente in pentola, l’orientamento però è quello di seguire quelle che ci conducono verso quella relazione e condivisione di cui parlavamo prima, per dar vita a progetti che soddisfino desideri e le necessità della società odierna che sono anche fortemente “social”, emozionali ma concreti.

Sara è anche una mamma: qual’è il suo segreto per conciliare tutto?

Il segreto è essere in due anche nel nostro progetto più importante: la nostra famiglia. La fortuna, poi, è avere nonni giovani e vicini, sempre disponibili e meravigliosi. È così che 1+1 fa 3 e anche 4! Il resto viene da sé perché se esiste equilibrio e serenità non servono sacrifici. I nostri bambini sono l’energia più grande che possediamo, contribuiscono alla nostra crescita e vedere il mondo attraverso i loro occhi, per noi è un dono quotidiano.

Avete mai pensato di scrivere un libro per raccontare la vostra esperienza?

Noi no, non ancora, ma devo dire che questa domanda c’è stata fatta già due volte quest’anno, ed è proprio questa domanda che ci ha fatto pensare ad un’iniziativa come questa.  A cuore risponderemmo: “Quando saremo grandi!”… e più maturi per farlo!

 

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Idee per guadagnare a Natale

Bentornate su Inventa Lavoro che si è rifatto il lifting insieme a Style. Che ne pensate? Io credo che sia molto più funzionale, allegro e ricco. Purtroppo, per un po’, dovrò cercare di smaltire la posta che si è accumulata in mesi di latitanza (causa progetti, crescite, idee ecc… che riguardano anche Inventa Lavoro. Vi aspetta una bella sorpresa :) . Ho pensato, però, di non farlo tutto sa sola questo super lavoro di corrispondenza, altrimenti mi verrebbe la sindrome da “stress di Babbo Natale” (pure lui stressato??? Chi può essere certo del contrario?). Già che ci siamo partiamo proprio da Babbo Natale perché molte di voi mi hanno scritto raccontandomi del pallino per… il Natale. Dice Annarita: “Decorazioni, alberi, presepi, regalini… la voglia di Natale per me dura 365 giorni ogni anno! Mi piacerebbe tanto trasformare questa fissazione in un vero lavoro ma non saprei come fare…”. Moppy, invece, vorrebbe fare la pacchettista, ma ugualmente tutto l’anno. Ad Annarita che mi scrive di avere anche un locale, consiglio di aprire un negozio che possa servire da compravendita di addobbi “usati”. Può partire on line, utilizzando il locale solo come magazzino e restaurando gli addobbi rovinati. Le ho già mandato un’e-mail con molti dettagli per poter partire fin dal prossimo Gennaio (è il momento ideale perché molo spesso in casa non c’è posto per tutti gli addobbi che sono stati acquistati sull’onda dell’entusiasmo e, piuttosto che perdere ore a stiparli in ogni angolino libero si preferisce… regalarli o metterli su Ebay). A proposito di Ebay, vorrei dire la mia: molti credono che essendoci “Lui” le altre forme di commercio on line non abbiano senso. È molto sbagliato: i siti specializzati funzionano comunque. Si perde meno tempo a cercare quello che si desidera. Mentre aspetto evoluzioni da Annarita, mi concentro sulla richiesta di Moppy. Nel suo caso, infatti, funziona il lavoro on the road. Credo che potrebbe essere simpatico attrezzare un’Ape Car che vada in giro a fare solo i pacchi regalo (lasciando dietro di sé una bella musichetta ginglebel ginglebel). I centri commerciali e le varie catene di negozi, infatti, ormai si “attrezzano” per tempo con pacchettisti o banchetti “pacchetto express”, ma se si comprano doni nei mercatini, nei piccoli negozietti o, addirittura, sulle bancarelle (sempre più persone lo fanno), per il pacchetto come ci si attrezza? Consiglio a Moppy di fare un prezzo molto basso, ma variabile (solo carta, bustina, cesto ecc…). Il pack in altri Paesi del mondo è una vera arte e sono molti i blog che insegnano a fare involucri con tutto (ad esempio con la stoffa, giapponesi docent). Moppy può imparare anche a costruire delle scatoline da montare facilmente. Molto interessante, poi, vendere solo il materiale a chi, comunque, il pacco vuole farselo da sé. E per lavorare tutto l’anno? Bèh, dopo Natale c’è San Valentino, poi la Festa della Donna, Pasqua, La Festa della mamma e… di far pacchi è sempre tempo!

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